L’estate in Salento ricordando i riti della Settimana Santa

Testo e foto: Brunella Marcelli

Il Salento è un luogo di confine. Tacco d’Italia, lambito da due mari, reca con sé memorie di antichi approdi di altri popoli, di cui custodisce la memoria nella complessa tessitura della sua cultura. Forte di un’identità fatta di luce meridiana e di sapori è in realtà uno scrigno di tante altre identità. Stratificazioni di memorie, incise nella materia delle architetture, ma anche nelle celebrazioni, nei riti. Lontani dall’alta stagione che reca folle di turisti e di bagnanti, possiamo godere di queste evocazioni antiche, possiamo sentire questa terra parlare. E noi possiamo metterci in ascolto. Il nostro racconto si snoda dall’alto, da una postazione privilegiata, torretta verso l’orizzonte blu. Siamo nel Relais Corte Palmieri di Gallipoli, dimora storica nel cuore della cittadina antica a due passi dalla spiaggia della Purità.

E’ il giovedì santo e abbiamo scelto questo sito straordinario per partecipare ai riti di Pasqua. In attesa che cali la sera e aprano i Sepolcri, dalla terrazza solarium del Relais, godiamo di una vista a 360 gradi verso il mare, verso il centro antico fatto di strade e vicoli tortuosi. E volgendo lo sguardo intorno, ad ampio raggio, forte sale un senso di spaesamento. Le suggestioni hanno echi lontani, mediterranei. Sembra di essere su un’isola greca o in una cittadella del medio-oriente. Cala la sera e scendiamo in strada quando i portoni delle chiese si aprono per la visita agli altari della reposizioni, meglio noti come “sabburchi”. Intorno regna il silenzio. La devozione è autentica. Si peregrina, insieme alle Confraternite, tra le varie chiese per adorare l’Eucarestia. L’arrivo degli incappucciati è annunciato da uno squillo di tromba, mesto e prolungato, che fende la notte. Accompagna il loro incedere il rullo dei tamburi, accompagnato dal suono della “trozzula”, strumento in legno con battenti metallici. La mia memoria corre alla “Semana Santa” andalusa. Per un attimo, rivivo le sensazioni provate a Siviglia. Anche i cieli blu cobalto che si stagliano sul bianco delle case vi assomigliano.

Il nostro viaggio prosegue a Copertino, terra natale di S.Giuseppe. E’ il venerdì santo e proprio in questo luogo, a forte vocazione spirituale, splendido centro immerso tra il verde argenteo degli ulivi, il rito della Passione e della morte di Cristo trova il suo acme. Insieme alla folla raccolta e silenziosa attendiamo che esca il Cristo deposto dalla Chiesa di San Giuseppe Patriarca. Qui il viaggio si fa intimo, introspettivo. Il dolore della Madre è il nostro dolore, mentre la processione si snoda a un ritmo lento e cadenzato nel percorso di celebrazione di una morte sacra che prelude alla resurrezione per il credente e alla rinascita per il laico. Rito di Pasqua e inizio di Primavera. Il dolore che purifica e fa risorgere. La processione si ferma di fronte a ogni Parrocchia e ogni volta echeggia il medesimo canto “Udite figlie”, fatto di voci antiche di donne, perse in un tempo lontano, remoto. L’iterazione della melodia genera un crescendo di sensazioni, di viaggi interiori che appartengono a una geografia dell’anima. Non ha torto il sindaco Sandrina Schito nell’affermare che tale rito, così come tramandato nella tradizione copertinese, “può essere inserito in quei percorsi del Mediterraneo che hanno la loro rappresentazione vera in tutti i luoghi del Sud, dalla Sicilia, passando per Gallipoli, i Perdoni di Taranto fino ad arrivare a Siviglia”. E d’altro canto, proprio inoltrandoci nel ritmo lento della processione, abbiamo modo di guardarci intorno, di osservare, assaporando le evocazioni di questo luogo che ha visto intersecarsi e fondersi sul suo territorio differenti culture.

Dalla dominazione greca, passando per le dinastie normanne, sveve, angioine, nel 1400 Copertino fu poi conquistata dagli Aragonesi, per poi essere ceduta nel 1498 ai Granai Castriota, albanesi, la cui presenza lasciò il segno nella storia di Copertino. In particolare, si deve alla volontà del marchese Alfonso Granai Castriota, generale di Carlo V, la realizzazione dal 1530 al 1540 da parte dell’architetto Evangelista Menga dell’imponente complesso fortificato, il Castello, centro focale di straordinaria bellezza architettonica. Impostato su una pianta quadrilatera, l’edificio ingloba precedenti costruzioni tra cui il mastio angioino. Struttura difensiva, perfetta macchina da guerra, colpisce alla vista per le perfette geometrie architettoniche che armonizzano al suo interno diversi corpi di fabbrica di epoche differenti. Purezza. Linearità. Percorriamo le scuderie, le gallerie, ci apriamo sul cortile, visitiamo la cappella di S. Marco. Siamo stupiti da tanta meraviglia.

Rimane un ultimo passo: tornare verso l’alto. E proprio da una postazione panoramica il nostro viaggio era partito. Siamo sul “Vigneto sul Castello”, un progetto unico al mondo nato dalla collaborazione tra la Cupertinum, Antica Cantina del Salento nata nel 1935, la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Lecce, Brindisi e Taranto, la Direzione del Castello di Copertino e il Polo Museale della Puglia. Il vigneto in cima al Castello, da cui il nostro sguardo si espande, è il simbolo di un circuito territoriale virtuoso tra produzione vitivinicola di qualità, cultura, storia e turismo. L’idea realizzata diventa, quindi, pregnante e si stratifica di contenuti perché come afferma Francesco Trono, presidente della Cantina Cupertinum, “la storia di Copertino, la bellezza del suo Castello, l’importanza della vitivinicoltura salentina si fondono in questo progetto innovativo, ma denso di rimandi storici”.

Pubblicato il: 18-06-2017

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